Ogni mattina, davanti allo scaffale del supermercato, ci convinciamo di essere liberi. Ventitré tipi di yogurt, dodici marche di dentifricio, una parete intera di cereali per la colazione. Ma quella libertà, se ci si pensa un attimo, comincia a somigliare più a un teatro ben allestito che a una scelta vera. Le opzioni sono tante, sì. Sono state scelte da qualcun altro, però, molto prima che noi arrivassimo davanti allo scaffale.

Negli anni Ottanta il neuroscienziato Benjamin Libet fece un esperimento che ha fatto discutere per decenni. Chiedeva alle persone di muovere un dito quando volevano, monitorando l'attività cerebrale. Il segnale legato al movimento compariva prima che la persona dicesse di aver deciso di muoversi. Il gesto, insomma, sembrava precedere la decisione cosciente, non seguirla. Su cosa significhi davvero questo risultato si discute ancora oggi, senza un accordo chiaro. Ma il dubbio resta, ed è fastidioso: e se la sensazione di scegliere fosse solo qualcosa che il cervello racconta a se stesso dopo, per dare un senso a una decisione presa altrove?

Il problema si allarga quando si guarda fuori dalla testa. Chi lavora nel marketing lo sa da tempo: dove viene messo un prodotto su uno scaffale, il colore della confezione, la musica in un negozio, cambiano quello che compriamo molto più di quanto crediamo. Nessuno ci obbliga a niente. Semplicemente viene costruito l'ambiente in cui la scelta avviene, e un ambiente costruito bene produce risultati piuttosto prevedibili. Se la maggior parte delle persone finisce per comprare la marca posizionata all'altezza degli occhi, chiamarla libera scelta diventa complicato.

Gli algoritmi hanno reso tutto più sottile ancora. Quando apriamo un'app di streaming o scorriamo i social pensiamo di scegliere cosa guardare. In realtà stiamo scegliendo dentro un menu costruito su misura per noi, basato su ogni click precedente, ogni pausa davanti a un contenuto invece di un altro. Nessuno ci dice cosa pensare, ma ci viene mostrato solo un pezzo del mondo, quello che statisticamente ci terrà incollati più a lungo allo schermo. La libertà si restringe piano piano, senza che ce ne accorgiamo, perché continuiamo ad avere l'impressione di scorrere infinite possibilità.

C'è poi un livello più profondo, quello culturale. Molte delle nostre scelte più importanti dipendono da fattori che nemmeno vediamo, come la famiglia in cui siamo nati o la scuola che abbiamo frequentato. È difficile sostenere di aver scelto tutto liberamente quando così tanto dipende da dove e quando siamo nati.

Detto questo, sarebbe sbagliato scivolare nel fatalismo puro, come se niente contasse di quello che facciamo. Anche dentro un sistema di condizionamenti esiste uno spazio, per quanto stretto, in cui possiamo scegliere come reagire, cosa dare per valore, quali abitudini coltivare nel tempo. Forse la libertà non è un interruttore acceso o spento, ma qualcosa che si guadagna piano, conoscendo meglio i meccanismi che ci influenzano. Sapere che uno scaffale è organizzato per farci comprare una cosa invece di un'altra non ci rende automaticamente immuni, ma almeno ci dà la possibilità di fermarci un attimo prima di mettere qualcosa nel carrello.

Il problema non è se siamo liberi o meno, ma nell’illuderci che ogni nostra scelta sia nata da zero, nata dalla nostra mente senza che fattori esterni abbiano influito sulla decisione finale.