Mai come oggi l’essere umano ha avuto la possibilità di controllare e analizzare ogni aspetto della propria vita. Questo è stato reso possibile soprattutto dall’enorme sviluppo tecnologico degli ultimi decenni, che ci ha fornito strumenti capaci di misurare, registrare e migliorare quasi ogni nostra abitudine. Una persona si sveglia, controlla quante ore ha dormito, prepara una colazione di cui conosce calorie e valori nutrizionali, registra la propria attività fisica e organizza la giornata cercando di sfruttare ogni momento nel modo più efficiente possibile. Naturalmente questa non è la quotidianità della maggior parte delle persone, ma rappresenta uno stile di vita che negli ultimi anni è stato fortemente promosso, soprattutto attraverso i social network. L’idea che ogni aspetto della nostra esistenza possa essere migliorato, ottimizzato e perfezionato è diventata sempre più presente nella cultura contemporanea. Ora, però, è necessario porsi una domanda: se la nostra società ci spinge continuamente verso il miglioramento e l’ottimizzazione della nostra vita, perché persiste un senso di insoddisfazione che sembra impossibile da eliminare? L’ottimizzazione, in sé, non rappresenta un problema. La ricerca di soluzioni migliori è una delle caratteristiche che hanno permesso all’uomo di evolversi e migliorare le proprie condizioni di vita. Il problema nasce quando questa mentalità non riguarda più soltanto gli strumenti che utilizziamo, ma anche noi stessi. La vita viene così trasformata in un progetto da perfezionare continuamente: ogni abitudine può essere modificata, ogni difetto corretto, ogni momento reso più produttivo. Ed è proprio qui che nasce il paradosso dell’ottimizzazione: il tentativo di costruire una vita migliore può portarci a vivere costantemente nella sensazione che quella attuale non sia mai abbastanza. Pensiamo all’attività fisica. Sempre più spesso non viene praticata solamente per il piacere del movimento o per il benessere che riesce a trasmettere, ma diventa un ulteriore ambito in cui cercare la propria ottimizzazione. Si cerca di migliorare le proprie prestazioni, modificare il proprio corpo e raggiungere nuovi obiettivi, rischiando però di spostare l’attenzione dall’esperienza stessa al risultato finale. In questo modo lo sport non è più apprezzato per ciò che offre nel presente, ma diventa solamente uno strumento per raggiungere una versione futura di noi stessi. La parte più inquietante, però, emerge quando questa mentalità arriva a coinvolgere anche il tempo libero. Anche i momenti destinati semplicemente al piacere sembrano dover avere una funzione: si leggono libri non solo per il piacere della lettura, ma per diventare più colti; si ascoltano podcast durante altre attività per evitare di "sprecare" tempo. Persino il riposo rischia così di trasformarsi in qualcosa che deve essere sfruttato. Per comprendere questo fenomeno è utile rifarsi a una distinzione presente già nella filosofia antica: quella tra poiesis e praxis. La poiesis è un’azione orientata alla produzione di un risultato esterno, come la costruzione di una casa, mentre la praxis è un’azione che possiede valore in sé stessa, come una conversazione o una passeggiata. Il problema nasce quando assistiamo a una continua trasformazione della praxis in poiesis. Il risultato è che iniziamo a leggere non più per il piacere della lettura, ma per aumentare le nostre conoscenze; viaggiamo non solo per vivere un’esperienza, ma per arricchire il nostro bagaglio personale. L’ottimizzazione funziona perfettamente quando abbiamo un obiettivo preciso da raggiungere, ma applicare questa logica alla nostra intera esistenza rischia di farci dimenticare che non ogni azione ha bisogno di un fine per avere valore. Gli obiettivi sono fondamentali, ma una vita in cui si inseguono solamente quelli rischia di non avere un presente.